lunedì 7 settembre 2009
" ...c'è sempre tempo per redimersi... "
"Lettera aperta e guanto di sfida a Silvio Berlusconi
Caro Silvio
sono sicuro che il tuo ufficio stampa ti porterà questo scritto che dedico ai miei amici del blog Rivoluzione Italiana, ma che ha te come destinatario.
Qualche mese fa mi hai telefonato per chiedermi la ragione “di tanto odio”. Ti ripeto oggi quel che ti dissi subito: io non soltanto non ti odio affatto (odiare non è il mio mestiere, mi riesce malissimo), ma per me sei e resti una persona simpaticissima, direi quasi irresistibile. Coloro che ti odiano senza conoscerti non lo sanno: non conoscono il Berlusconi privato, personale, affettuoso, amichevole, pronto a soccorrere anche gli sconosciuti in difficoltà. Sia D’Alema che Cossiga, per dirne due fra tanti, hanno testimoniato questo aspetto della tua natura, l’aspetto seduttivo che è – anche –protagonista politico di quelle tue vicende che da personali si sono fatte politiche a partire dal momento in cui tu decidesti di andarle ad esporre davanti a microfoni e telecamere del servizio pubblico.
Tutto quel che è successo a causa dei rapporti fra te e le donne, è successo – anche – a causa della tua natura incerta sui confini dell’affettuosità, della liceità, della opportunità, del buon gusto e in definitiva sui confini netti fra bene e male. Tu pensi, hai sempre pensato e sempre penserai, di essere un caso unico ed eccezionale cui tutto è permesso, per cui tutto è perdonabile e riconducibile ad una natura sempre più vasta di bontà eccelse e intenti nobili.
E’ ciò che determina e configura lo sconfinamento della megalomania sulla coscienza dei limiti, ed è il tuo problema personale che si riflette come problema politico. I comunisti non c’entrano. Non c’entrano i complotti, non c’entra Murdoch. Hai fatto e seguiti a fare tutto da solo, salvo infuiarti e scatenare i tuoi avvocati se i tuoi nemici ci sguazzano.
Certo: quelle anime nere, o rosse, di comunisti, nemici, avversari, competitori, di fronte a tanta grazia da te imbandita, banchettano e mangiano a quattro palmenti la messe che tu servi loro, ringraziando per la tua suicida generosità.
Quando ti vedevo, nelle conventions (mai “congressi”! per carità: l’idea di somigliare ai veri partiti ti dà l’orticaria) rabbrividivo di fronte alla tua mania sempre meno innocente di corteggiare, seminare complimenti, carezze, allusioni e commenti per le donne più carine o appariscenti.
Quando qualcuno mi chiede che cosa io intenda io quando ho duramente stigmatizzato l’espressione delle tue pulsioni, racconto sempre di quella volta in cui a una convention mi sei comparso davanti travolto da uno stuolo di fans assatanati, maschi e femmine, e mi hai chiesto festoso e urlante se avessi approfittato della calca per palpeggiare una donna che ti aveva colpito.
Rimasi basito, ma non per perbenismo (sono anch’io un porcello del gregge di Epicuro) ma per l’inopportunità, l’incongruità, l’incapacità di distinguere fra politico e showman, fra avanspettacolo e istituzioni, dal momento che i partiti politici in una democrazia sono istituzioni e non club privati e a luci rosse.
Mi hanno sempre colpito questi congressi-convention con le hostess tutte uguali, carine, alte, col culetto impacchettato nella minigonna a tubo, le tettine acute, lo sguardo dolce. Oggi imparo che questa fauna si chiama ragazze immagine, accompagnatrici, hostess, alla peggio escort. L’importante è che abbiano un visino pulito e innocente e a cena indossino un vestitino nero di Armani, possibilmente senza gioielli. L’immagine dell’innocenza scatena la libido. Ho sempre visto con quanto disprezzo, anche manifesto e offensivo, tratti le donne in menopausa, tutte quelle carampane eccessivamente truccate e ingioiellate che ti si affollano intorno a migliaia, appiccicose e osannanti, sognanti, adoranti. Anche a loro non hai mai lesinato una barzelletta spinta, anche spintissima, che desse a quelle povere donne sfiorite il frisson della seduzione, dell’avventura col capo.
Io vengo da una generazione che ha convissuto con i movimenti di protesta, con il femminismo in particolare. Le nostre ragazze di un tempo erano femministe e ci hanno fatto sudare freddo più di una volta. Ma noi allora pensavamo che da certe conquiste di rispetto della donna non si potesse più, mai più, tornare indietro. Tu ci hai insegnato invece che su quelle conquiste minime di rispetto ci si potesse ballare il flamenco e la czarda, che si potessero calpestare e deridere come hai sempre fatto, peggiorando nel tempo.
Pensai allora: questo è il suo tallone d’Achille. La sua adolescenza è ripresa con una furia senile. E più la tua furia cresceva, più convocavi donne al tuo desco, alle tue cene, al tuo tavolo, per raccontare a raffica decine, centinaia di barzellette, spesso usate come strumento di allusione, seduzione, demolizione del pudore. Certo, mi preoccupava la tua frenesia di raccontare barzellette alle deputate e alle aspiranti deputate che né io né te avremmo raccontato alle nostre figlie.
E, a proposito di figlie, ricordo con particolare piacere le volte in cui mi hai presentato a qualcuno dicendo: “Paolo ha chiamato sua figlia Libertà, anzi Liberty perché ama l’America”. E’ vero. E anche questo è un fatto politico. Il nome completo della mia terza figlia è Liv Liberty Atpoh Guzzanti, dove “Atpoh” sta per “and the pursuit of happiness”, il diritto a cercare e trovare la felicità, che è il terzo diritto umano dopo quello alla vita (Liv, vita in svedese in omaggio alla sua nonna) e alla libertà.
Ho dato, con mia moglie Jill, a nostra figlia i nomi dei principi della Rivoluzione Americana: diritto alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità. Questo è ciò che distingue il liberale dagli altri: subito dopo il diritto a vivere, viene immediato quello della libertà, di cui tu ti riempi la bocca, senza praticarla e senza tollerarla.
Ma all’inizio sei riuscito ad ingannarmi. Ti sei presentato come il campione dei liberali. Il cavaliere che ha raccolto nella polvere la bandiera caduta della libertà e la vuole restituire alla società. E mi sono sentito pugnalato alla schiena quando ho visto che tu di liberale non solo non hai mai fatto nulla, ma quel che hai fatto lo hai fatto andando esattamente nella direzione opposta: quella di sterilizzazione del Parlamento da far occupare presto da ragazze e giovanotti di bell’aspetto; selezione del personale politico attraverso il criterio del sex appeal che ho chiamato “mignottocrazia” perché consiste in un rapporto di scambio e investimento sessuale, fosse anche solo simbolico; una politica estera votata a sostenere un megalomane assassino delle steppe e un altro megalomane assassino della sabbia; il tradimento sostanziale dell’alleanza con i bastioni dell’Occidente – Stati Uniti e Regno Unito – i quali sono profondamente furiosi con te, quali che siano le smorfie e le edulcorazioni della diplomazia.
Gli americani in particolare ti detestano per le scelte energetiche e perché insisti a dire che tu sei il mediatore fra loro e la Russia (ho misurato personalmente il loro disprezzo).
Hai corrotto – l’ho detto e lo ripeto – la gioventù italiana offrendo specialmente alle donne obiettivi-premio che possono con indifferenza essere ripartiti fra serie televisive, posti al Parlamento europeo e italiano, candidature locali, reality shows, fictions, ruoli di accompagnatrice, di ragazza immagine, di governo della Repubblica italiana.
Ma l’accusa principale che io ti rivolgo, è di aver sepolto e tradito la rivoluzione liberale che l’Italia aspettava, per imporre al suo posto la berlusconocrazia, un regime personale in cui si misura ossessivamente il consenso dai sondaggi che sostituiscono ormai l’espressione popolare, alla stessa maniera con cui si misurano gli ascolti televisivi con l’auditel.
Tu hai inoltre instaurato il presidenzialismo di fatto. Cosa contro la quale, in sé, io non avrei nulla contro, purché fosse scritta sulla Costituzione e nel caso in cui una tale modifica costituzionale fosse venuta dopo i necessari passaggi, i necessari dibattiti di fronte al popolo, per essere alla fine approvata dal popolo.
Tutti fummo consapevoli della forzatura con cui nel 2001 ti presentasti scrivendo sulla scheda della coalizione “Berlusconi presidente”, e cioè sottoponendoti a un imprevisto e illegittimo referendum popolare. Io allora ne fui tuttavia contento con molti altri, perché vidi in quel gesto il segno di una rottura, la formazione di uno strumento rivoluzionario utile se fosse stato messo al servizio della tanto auspicata rivoluzione liberale.
Tutto si svolgeva allora e si svolge oggi su un panorama di macerie ideali, organizzative e di capacità politica di una sinistra suicida, rabbiosa, impotente, litigiosa, meschina, affarista, incapace di sedurre moralmente e idealmente.
Le condizioni per una rivoluzione democratico parlamentare liberale c’erano tutte. Bisognava trasformare la melma televisiva in cultura, sciogliere i nodi che legano l’informazione inaugurando l’esercizio della libertà alla informazione completa e indipendente, bisognava affrontare a muso duro e definitivo l’anti-Stato mafioso camorrista investendo nel recupero del suolo italiano e della popolazione italiana abbandonata; bisognava far sentire forte e potente l’odore della libertà agli studenti, ai ricercatori (Obama cura la crisi con la ricerca scientifica, non strozzandola); bisognava far sentire che lo Stato tutela ogni modo di sentire, ogni modo di credere e anche di non credere, ogni singola individualità personale che gode i diritti di una minoranza etnica.
Abbiamo avuto invece arroganza, ignoranza, incompetenza, miopia, cafè chantant di governo. E siamo stati ammorbati, volenti o nolenti, dalla tua esuberanza affettiva, amorosa, farfallona, dalle chiacchiere che ti seguono come un nugolo di mosche, dalla stampa internazionale di destra - lascia perdere quella di sinistra, guarda alla destra mondiale se vuoi misurare il tuo fallimento - indignata, preoccupata del cattivo esempio, imbarazzata.
Essere italiani e viaggiare all’estero è diventato un mestiere molto duro, per colpa tua, Silvio Berlusconi.
Io sono stato l’ultimo, sia in ordine di tempo che di importanza, dei giornalisti e degli intellettuali di sinistra, che sia corso da te per aiutarti – pensa tu che ingenuità, che follia – a compiere quella rivoluzione. Sembravi a me e a tanti l’uomo della rottura, un uomo tutt’altro che esente da gravi difetti, ma un uomo che mandava in bestia la sinistra più codina e conformista, professionista dell’odio e del rancore.
Di quella sinistra che ha ucciso la sinistra ne avevamo e ne abbiamo abbastanza. Ti ho difeso quando li mandavi in bestia mettendoti la bandana per Tony Blair (anche se poi ho letto che Blair ha avuto il voltastomaco di fronte a quelle foto) e ti ho difeso a spada tratta anche quando eri dubbiamente difendibile perché ai miei occhi seguitavi a rappresentare la speranza di una rottura del vecchio sistema, uno strumnto, una possibilità e anche un prezzo da pagare in vista della prospettiva di una ricostruzione rivoluzionaria della democrazia parlamentare (e non della sua uccisione).
Per questo io oggi non sono tornato “a sinistra”, ma sono entrato nel Partito Liberale Italiano, quello antico e storico, dove sono stato eletto vice segretario.
Da quel piccolo, vitalissimo partito io ti lancio la sfida.
La mia sfida nel contenderti gli italiani che come me hanno sognato, immaginato, sperato in una rivoluzione liberale democratica ed hanno avuto invece soltanto il tuo personale regime sempre più in conflitto con le regole della democrazia, fino a lasciar prefigurare e temere uno scontro in nome della difesa estrema della democrazia liberale e parlamentare.
A me nessuno potrà mai darmi del comunista e amico dei comunisti, diversamente da te che treschi con l’ultimo capo del KGB, lo stesso KGB che mi ha tragicamente combattuto quando io, in nome e per conto del Parlamento della Repubblica, indagavo sulle malefatte sovietiche e post sovietiche in Italia, che investono in pieno la questione dei “misteri d’Italia” e delle risposte insolute a tanti crimini, a cominciare da quello Moro, fino alla strage di Bologna, passando per Ustica che è la strage sorella di quella gheddafiana di Lockerbie, per quella del treno di Natale e di tutte le malefatte del terrorista Carlos quando era integrato nei servizi operativi del KGB e della Stasi, ai tempi in cui il tuo amato amico Vladimir le rappresentava e le coordinava tutte e due.
A me nessuno potrà darmi del comunista, mentre tu oggi sei il migliore amico del capo e della storia del KGB e quando hai dovuto scegliere se schierarti con il Parlamento Repubblicano o con le tue nuove amicizie nella polizia segreta post-sovietica non hai avuto tentennamenti: hai scelto la seconda non pronunciando una sola sillaba in difesa del Parlamento, quando una Commissione del Parlamento era sotto il più feroce attacco del KGB.
Un giorno mi dicesti: “Putin è una persona dolcissima. E’ un uomo mite e buono. Se mi dicessero che è un assassino, sarebbe come se mi dicessero che tu, Paolo, sei un assassino. Potrei mai crederlo?”. Senza perdere altro tempo posso recapitarti una intera biblioteca delle imprese del tuo amico, con in testa “Il mio agente Sasha”, di mia fattura. Non ti farebbe male.
Ma se oggi ti scrivo pubblicamente è perché da liberale, da vice segretario del Partito Liberale, io ho deciso di sfidarti politicamente. Io minuscolo Davide contro te enorme mastodontico onnipotente Golia con tutti i poteri, i giornali, i direttori, i telegiornali, gli apparati dello Stato. Tu non sei in condizione di reggere uno scontro con me ad armi pari, in un duello televisivo, perché mi ti mangerei.Tu con me puoi vincere solo chiudendomi la bocca, impedendomi di parlare, di apparire, di scrivere se è possibile.
Del resto, il mio primo gesto di resistenza contro di te è consistito nel combattere insieme al segretario del PLI per impedire che anche il simbolo di questo rinato antico partito finisse inchiodato sul caminetto di Arcore sulla stessa panoplia di teste impagliate che già comprende la Dc, il Pri, il Psi.
Abbiamo resistito in un congresso di lacrime e sangue, votazioni, insulti, scontri, aria fetida e passione, come deve essere la politica vera, non quella azzurrata e nuvolettata che piace a te.
E abbiamo vinto contro di te e i tuoi amici che volevano incorporare anche quel residuo di democrazia nel tuo impero autocratico.
Ora la nostra barca corsara è in acqua e tu cercherai di impedire che ci si veda, impedire che i giornali e i telegiornali parlino di noi. Se io potessi andare in televisione e dibattere con te, ti farei lietamente a pezzettini. Tu sei del tutto incapace di reggere un dibattito televisivo all’americana o alla francese ad armi pari, pari tempi, argomenti e idee contro argomenti e idee.
Con me non ti sarebbe stato possibile realizzare la vergogna del dibattito da Vespa sui tuoi affari familiari, che hai portato tu in piazza per farne un evento della piazza, salvo protestare perché l’agorà ti si rivolta contro.
La sinistra non ha con te alcuna possibilità di farcela. E’ questa la tua forza.
Ma noi liberali sì. Siamo noi la speranza del Paese, non te. E bloccheremo lo stato di guerra civile in cui hai precipitato il Paese delegittimando il Parlamento repubblicano, determinando allo stesso tempo una degradazione del Paese che si rispecchia ormai in un giornalismo per bande, agguati, intimidazioni, minacce, manipolazioni.
A tutto ciò bisogna dire basta e il basta deve venire da noi, piccoli liberali senza giornali, senza televisioni, senza potere.
Noi, laici ma rispettosi di chi crede, noi che abbiamo rialzato la bandiera che tu avevi sottratto alla speranza.
Quando mi telefonasti, mi dicesti che avremmo fatto bene a vederci per discutere. A me piacciono le discussioni, a due e ad armi pari. Ecco dunque l’elemento di partenza per la discussione.
Sono queste le principali cose che avevo da dirti e se vuoi dibatterne con me, sono pronto, subito, ovunque.
Ti lancio quindi politicamente, lealmente e apertamente, il guanto della sfida e lo faccio non per me, che ho già 69 anni, ma per tutti i figli degli italiani, delle donne italiane, affinché possano veder salva la libertà, la vita e il diritto alla ricerca della felicità nella dignità e nel rispetto, attraverso la misura dell’intelligenza, del merito, della qualità umana e del lavoro, dell’onestà, della capacità, della responsabilità, della lealtà. Questo è lo spirito con cui mi sono posto al servizio del mio Paese, per quel che posso e per quel che mi resta da vivere."
lunedì 31 agosto 2009
sabato 25 luglio 2009
venerdì 24 luglio 2009
" Leggete e... godetene tutti! "

"Un mio carissimo amico di recente mi ha detto che la bellezza della politica è quando all’improvviso, come accade con una scoperta scientifica, si aprono squarci inaspettati.
Le intelligenze si uniscono, le coscienze si allertano, gli animi si risvegliano.
Ed è per questo che siamo qui, oggi.
Siamo qui perché crediamo che la nostra proposta per il congresso del Partito Democratico possa riprendere in mano lo spirito del Lingotto del 2007 e portarlo avanti. Abbiamo volontà, immaginazione, coraggio, quelle doti che Robert Kennedy definiva parlando della gioventù: “che non è una stagione della vita, ma una categoria del pensiero, una forza di volontà, una dote dell’immaginazione, una predominanza del coraggio sulla timidezza, un desiderio di avventura che prevalga sull’amore per le comodità”.
Quando tre anni fa ho deciso di ritornare in Italia dopo più di vent’anni passati a lavorare in università e ospedali inglesi e americani, confesso che non ero preparato a confrontarmi con l’Italia del 2006. Vivendo all’estero non potevo rendermi conto fino in fondo del significato di tutto quello che leggevo sui giornali e tramite internet.
Un paese “bloccato”, dove la mobilità sociale si è affievolita quasi a scomparire e dove il diritto e l’aspirazione dei figli ad avere una posizione migliore rispetto ai genitori è diventata l’eccezione e non la regola; e dove i nostri ragazzi e le nostre ragazze non possono nemmeno immaginare di emanciparsi, di correre con le proprie gambe senza l’aiuto dei genitori.
Un paese che premia più la furbizia del senso civico e dove accade che venga considerato il migliore colui che riesce a farla franca aggirando le regole.
Un paese dove le “pari opportunità” sono un dipartimento di Palazzo Chigi e non un principio chiaro che dovrebbe riguardare tutti e che significa semplicemente che ognuno, ogni singolo individuo, indipendentemente dal sesso, dall’età, dagli orientamenti personali, dalla condizione sociale, dalla provenienza geografica, deve avere la possibilità di dimostrare quanto vale.
Nel mestiere di chirurgo ho imparato a non fidarmi delle apparenze e per questo ho deciso di mettermi in viaggio, alla ricerca dell’Italia che io conservavo nel cuore e che non trovavo più.
Ho attraversato le regioni da nord a sud, da est a ovest, sono stato negli ospedali, nelle parrocchie, nelle associazioni, nei centri anziani, nelle università…
Ho incontrato persone di grande intelligenza, forza di volontà e dedizione, fortemente ancorate ai principi e alla cultura della solidarietà che caratterizzano l’Italia.
Ho conosciuto tantissime donne che, pur nelle mille difficoltà di una vita professionale precaria, non hanno rinunciato a impegnarsi nel lavoro in un’associazione o nel volontariato… Ragazze, giovani, donne e uomini, che pur affrontando mille ostacoli non si accontentano, non si adattano, mantengono dritto il timone su principi solidi, perché credono nel poter cambiare le cose quando non funzionano.
Molti in queste ultime settimane mi hanno detto: “professore, ma che cosa spera di fare, qui in Italia non cambierà mai niente, sono tutti uguali, e poi la politica è inutile, vogliono solo avere il potere e le poltrone …”.
So bene quanto questi sentimenti siano diffusi, diffusissimi, ma non possiamo adagiarci o, peggio, rassegnarci.È necessario intervenire, agire, esprimere la nostra opinione.
Come ha scritto di recente il Cardinale Carlo Maria Martini, tanto amato in questa città: “un cristiano non si perde in tendenze moderne e in ciò che è alla moda o che tutti vogliono. Dobbiamo aiutare il mondo a trovare una direzione…. Non siamo solo una goccia che nuota nella corrente della società, dobbiamo decidere dove la società debba andare”.
Durante questo mio andare in giro per l’Italia, soprattutto di notte, viaggiando in macchina o in treno, mi attraversava un pensiero: ma che cosa unisce tutte queste persone, qual è il collante che può ridare speranza, entusiasmo, che può fare si che un giovane italiano non consideri la politica come qualche cosa di sporco da cui tenersi alla larga?Quali sono i valori, POCHI, CHIARI, IRRINUNCIABILI, in cui tanti si possono riconoscere? Qual è il principio che rappresenta il faro per tutti coloro che guardano al Partito Democratico come al loro naturale riferimento politico?
Veniamo al punto: perché il PD ha scelto proprio la parola “democratico” per definire la sua identità?
Democratico non è un aggettivo qualificativo e non è nemmeno una banalità.
Non voglio ripercorrere la storia del nostro paese, ma c’è voluto del tempo perché nel pensiero politico si affermasse l’idea che la democrazia rappresenti compiutamente un’opportunità di progresso e di crescita per la società. Ancora oggi, lo vediamo, chi governa il paese vive spesso con fastidio i processi che uno stato democratico come il nostro si è dato attraverso la Costituzione.
Come senatore, in questa legislatura, mi sono trovato, nel 95% dei casi, a giudicare con il mio voto provvedimenti emanati dal Governo e non leggi di iniziativa parlamentare. Stiamo assistendo, quasi senza reagire, a una sorta di cambiamento materiale della Costituzione.E spetta a noi, che siamo in questo momento all’opposizione, vigilare, denunciare e contrastare ogni tentativo di ridurre gli spazi della democrazia e riaffermare che una democrazia fondata su procedure chiare e regole certe, è sorella della decisione e non sua nemica. La decisione plebiscitaria, solitaria e non trasparente sarà sempre sottoposta alla pressione di lobby e forze potenti, che alla fine la renderanno contraddittoria, fragile ed esposta alle più varie contestazioni. La vera democrazia, invece, coinvolge e decide. E l’Italia ha bisogno di una classe dirigente che sia nelle condizioni di poter decidere.D’altra parte, nel 2007, quando abbiamo fondato il PD, abbiamo proclamato a voce alta e con convinzione che ogni traguardo può essere raggiunto utilizzando le procedure e attivando le risorse della democrazia. Da qui discende tutto.
* Non c’è vera democrazia, infatti, se si conosce già il nome e il cognome di chi otterrà un posto all’università o un finanziamento per la ricerca ancora prima che il concorso venga bandito;
* non c’è democrazia se vengono trattati come delinquenti uomini e donne che hanno la sola colpa di essere gli ultimi della terra;
* non c’è democrazia se la scuola pubblica non è in grado di assicurare a tutti i bambini e ragazzi, lo stesso livello di qualità dell’istruzione;
* non c’è democrazia se un cittadino deve prendere il treno e andarsene dalla propria terra, lontano dai propri affetti, per curarsi da una grave malattia;
* non c’è democrazia se un imprenditore non può esercitare la propria attività in un mercato trasparente e libero, dove le regole sono rispettate e la concorrenza protetta;
* non c’è democrazia se economia, diritti, ambiente in una parte dello Stato sono soffocati dalla criminalità organizzata.
In estrema sintesi: non c’è vera democrazia se non rimettiamo al centro dei nostri pensieri e delle nostre azioni la persona!
L’Italia ha bisogno di tornare a prendersi cura della propria democrazia.
Ha bisogno di includere un maggior numero di cittadini nelle decisioni collettive e nella vita pubblica, ha bisogno di rafforzare la propria comunità nazionale per avere un ruolo chiaro nel mondo globalizzato.
A volte, non dobbiamo nascondercelo, anche il PD è apparso assai poco democratico… Il progetto iniziale si è appannato, è diventato confuso agli occhi di chi ci guarda.
È ora di rilanciare quel progetto, arricchirlo e correggere gli errori commessi.
Ricordiamo Antonio Gramsci quando nei Quaderni del carcere scriveva: “nel succedersi delle generazioni può avvenire che si abbia una generazione anziana dalle idee antiquate e una generazione giovane dalle idee infantili, che cioè manchi l’anello storico intermedio, la generazione che abbia potuto educare i giovani”…
E allora, la fase congressuale che stiamo avviando in queste settimane rappresenta una grande opportunità per mettere alla prova il valore della democrazia in cui crediamo.
Noi crediamo in un partito che metta gli elettori e i circoli al primo posto. Un partito la cui identità sia riconoscibile e credibile. Un partito che punti alla partecipazione più estesa e, al contempo, sappia offrire con chiarezza il senso delle proprie posizioni.
Vogliamo FARE il nostro partito e VIVERLO: un partito che si dia delle regole comprensibili, semplici e che le rispetti. Un partito che sappia denunciare le cose che non vanno, che si impegni con coraggio per cambiare questo Paese.
Un proverbio arabo dice che “il genere umano si divide in tre classi: gli inamovibili, quelli che sono mossi, e quelli che muovono”. Bene, noi siamo quelli che muovono.
Molti che avevano guardato al PD con speranza e che avevano perso entusiasmo lungo la strada, stanno rimettendosi in gioco.Se riusciremo a far crescere il senso di appartenenza, di fiducia, la consapevolezza che non è vero che le cose non cambieranno mai, avremo reso un enorme servizio al nostro partito ma soprattutto al nostro Paese.
Voglio subito sgombrare il campo da due questioni che forse preoccupano alcuni: io partecipo alle primarie del Pd per diventare segretario del partito e per arricchire il dibattito congressuale. Su questo punto sia chiaro a tutti che non faremo accordi, la mia candidatura non è e non sarà merce di scambio: la squadra che stiamo costruendo, e che si arricchirà nelle prossime settimane, ha questo unico obiettivo e lavora in quest’ottica.
In secondo luogo, la laicità: ci sarà tempo per parlare in maniera approfondita dei tanti temi che ci stanno a cuore, ma tengo a dire che la laicità, per come la vedo io, E’ UN METODO. Significa affrontare ogni questione con rigore, nell’interesse generale e non di una parte sola. Significa porsi nel dibattito non pensando di possedere la verità. Significa saper ascoltare le ragioni altrui e avere l’umiltà e l’intelligenza di confrontarsi anche con chi la pensa nella maniera opposta. Infine, laicità significa che quando si chiude il dibattito, e si è presa una decisione, la si accetta sentendosi vincolati e sostenendola con lealtà.
Il nostro progetto che è stato elaborato da una squadra di persone libere, appassionate, che, a differenza di altre squadre, non ha dovuto tenere conto di mille equilibri o tentare acrobazie tra posizioni inconciliabili. Una squadra che voglio ringraziare, e che ha lavorato con spirito di servizio, quello spirito che dovrebbe caratterizzare chi ama la politica.Un grazie va a Goffredo Bettini che con questo stesso spirito è stato uno degli ispiratori nel fondare il PD nel 2007 e che ci ha motivato e non ci ha mai fatto mancare il suo lucido apporto perché si riprenda la strada smarrita.
Il progetto che presentiamo oggi, ci tengo a dirlo, è il punto di partenza. Da qui, oggi, vogliamo lanciare delle idee che saranno arricchite nelle prossime settimane con il contributo dei circoli democratici e di tutti coloro che vorranno partecipare.
Non un gruppo ristretto che in stanze chiuse parla della gente, ma un gruppo aperto che nei luoghi di incontro parla con la gente.
Non ripercorro l’intero programma ma ci sono alcune proposte qualificanti e rappresentative delle nostre priorità. Sono proposte sulle quali abbiamo l’ambizione di impegnarci anche con specifici disegni di legge che presenteremo in Parlamento: proposte per l’economia, per il lavoro, per la sicurezza, per la comunicazione e per i diritti.
Partiamo dagli strumenti anti-crisi: una crisi destinata a durare a lungo e che impone un cambiamento del modo di pensare l’economia, la produzione, il lavoro, il consumo. La bolla finanziaria ha segnato il culmine di una fase in cui la ricchezza si è distaccata dal lavoro delle donne e degli uomini e in cui si sono sprecate risorse che rendono vivibile il nostro pianeta: l’aria, l’acqua, il cibo, la terra.Da un lato del mondo si spendono milioni di euro per curare pochi privilegiati, dall’altro non si riescono a organizzare e a finanziare programmi che potrebbero salvare milioni di vite.Il progresso scientifico non può essere di per sé sufficiente per farci sperare in un futuro sereno. La fiducia nella scienza non può bastare se interi continenti vengono esclusi dal cammino che porta a un miglioramento delle condizioni di vita.
Se non impariamo a ragionare in un’ottica di vasi comunicanti, il progresso porterà a un divario sempre più ampio tra il nord e il sud del mondo, ma anche tra chi è ricco e chi non lo è all’interno di uno stesso paese, tra i privilegiati e gli ultimi della terra. E dal divario nasceranno divisioni, sfiducia, tensioni, violenze, guerre. Affinché l’incontro di questi mondi avvenga con un accostarsi dolce e non con una scossa di violenza inaudita, è necessario essere riformisti ma con un’anima rivoluzionaria.
E’ l’esempio che ci trasmettono gli Stati Uniti di Barack Obama: l’America non si è limitata a stabilire nuove regole per un’economia finanziaria fuori controllo, ma sta costruendo i suoi interventi sull’economia reale: scuola, università, ricerca, economia verde, sanità, grandi investimenti nelle telecomunicazioni…
Solo l’Europa poteva proporsi obiettivi di pari ambizione strategica: penso ad esempio ad un consorzio energetico solare tra i paesi del Mediterraneo per creare un nuovo giacimento energetico rinnovabile. In Europa purtroppo ha prevalso una linea rinunciataria, di coordinamento debole, quando sarebbe stata necessaria una nuova e forte strategia di rilancio.
Il Partito Democratico deve essere all’avanguardia in Europa rafforzando la democrazia europea, promuovendo una forte integrazione politica, coinvolgendo al massimo territori e società civile.
L’imperativo è: superare la crisi modernizzando il Paese.
In quest’ottica noi poniamo due settori al centro dell’economia dell’innovazione: ambiente e salute.
Ambiente e salute sono beni comuni, fondamentali per la qualità della vita.
Ambiente e salute sono due settori con straordinari potenziali di innovazione, capaci di attirare investimenti ad alto contenuto tecnologico e nei quali sta crescendo un’occupazione qualificata. Basti pensare alle energie rinnovabili, al recupero dei rifiuti, al risparmio idrico, alla bio-edilizia, alla mobilità sostenibile, oppure, sul fronte della salute, ai servizi e alla diagnostica per la cura del corpo, alla trasmissione di un corretto stile di vita come fattore di prevenzione e quindi anche di contenimento della spesa.
Puntiamo a un processo democratico e partecipativo per la riduzione del consumo di energia, che sensibilizzi la popolazione e sappia incentivare le imprese; mettiamo un ordine di priorità nel trattare i rifiuti; proponiamo un sistema degli appalti verdi in tutte le forniture della Pubblica Amministrazione, a cominciare dalle realtà amministrate dal PD; riduciamo l’IVA sui prodotti ecologici e soprattutto avviamo un piano scuola per promuovere tra i giovanissimi la cultura della sostenibilità, del riciclo e del rispetto dell’ambiente.
Esistono in Italia imprese che stanno sperimentando tecnologie innovative in termini di produzione di energia e che meriteranno di essere valutate con tutte le associazioni responsabilmente impegnate nella difesa dei nostri territori. Penso a utilizzare gli scarti dell’agricoltura (biomasse) in forme dedicate per la produzione di energia, o a studiare la possibilità di catturare il vento con l’eolico di alta quota, che produce energia attraverso un aquilone ad altezze dieci volte maggiori di una classica pala eolica, senza alterare i valori culturali ed economici del paesaggio. Penso all’energia geotermica e a quella di terza generazione, che in un futuro prossimo consentirà di estrarre calore dalle rocce profonde. Penso al solare a concentrazione, l’idea sviluppata da Carlo Rubbia e purtroppo abbandonata in Italia, mentre se ne cominciano a vedere i frutti in Spagna e in Germania.
Per quanto riguarda la salute, va ribadito che l’accesso a tutte le prestazioni del Servizio Sanitario Nazionale è universale, senza discriminazioni. Ma se vogliamo continuare a contare su un servizio pubblico di qualità dobbiamo attivare efficaci politiche di prevenzione e di promozione della salute e di stili di vita corretti, perché l’unico modo per rendere sostenibile anche dal punto di vista finanziario il nostro sistema sanitario è ridurre il numero delle persone che si ammalano o che convivono con malattie croniche.
La rete ospedaliera deve essere riqualificata, promuovendo gli ospedali di alta specializzazione e riconvertendo gli ospedali minori in centri di riabilitazione, in ambulatori per le visite specialistiche e per la diagnostica, in residenze per gli anziani, in centri per la salute mentale, in hospice affidati anche al privato no-profit. Il lavoro dei medici di famiglia va riorganizzato in cooperative o studi associati.
Non sto parlando di progetti irrealizzabili, ma della possibilità concreta di creare eccellenza ed efficienza di cui già abbiamo esperienze. Come a Fiorenzuola D’Arda, in provincia di Piacenza, dove l’assistenza di base è stata organizzata con la medicina di gruppo, superando l’abitudine dei medici di famiglia a lavorare da soli. In sette si sono riuniti in un’unica struttura, aperta dodici ore al giorno e dotata anche di un ambulatorio specialistico e uno infermieristico. In pratica, quando un paziente entra nell’ambulatorio incontra una persona che lo aiuta con tutte le questioni burocratiche e nello stesso luogo trova un’infermiera che si occupa delle medicazioni, del controllo della pressione, delle iniezioni. Quella stessa infermiera è sempre in contatto con i malati, così si evitano i pellegrinaggi da un posto all’altro.
Ma nella sanità, come in tutti gli altri ambiti, dalla scuola all’amministrazione pubblica, vanno introdotti sistemi di valutazione basati sull’efficienza ma soprattutto sulla qualità.
Se per esempio un professore della scuola media che viene valutato dimostra impegno e capacità nel trasmettere valori positivi agli studenti, perché non prevedere strumenti per motivarlo nel suo importantissimo lavoro?
Oggi tutto è misurabile e la valutazione e le verifiche sono sistemi indispensabili che nel nostro paese non funzionano correttamente e che invece contribuirebbero ad alimentare quella “cultura del merito” di cui purtroppo siamo ancora carenti.
Voglio insistere su questo punto: vanno ridefinite le modalità con cui vengono selezionate le persone che ricoprono ruoli di responsabilità. Parlo dei vertici degli ospedali ma anche delle aziende pubbliche nazionali e locali, della RAI, insomma di tutta la classe dirigente del nostro paese. TUTTI devono essere scelti sulla base di un sistema trasparente che valuti esclusivamente la formazione, la competenza, il merito e che ponga obiettivi verificabili: se vengono raggiunti, il lavoratore dovrà essere premiato, anche economicamente.
BASTA con l’occupazione dello Stato da parte degli interessi personali.
BASTA con le raccomandazioni e con le ingerenze della politica e degli altri poteri che hanno rovinato questo paese.
Il sistema di valutazione deve partire proprio dalla politica:
BASTA con le liste bloccate, ridiamo agli elettori la possibilità di scegliere i propri rappresentanti, costruiamo un rapporto stabile tra il parlamentare e il suo territorio, chiediamo che chi siede in Parlamento sia incensurato, valutato e anche retribuito sulla base della qualità e intensità del suo operato.
È mai possibile che su 60 milioni di abitanti non riusciamo a trovarne 945 da eleggere che non abbiano problemi con la giustizia??
Un’altra questione che per noi è una priorità riguarda il lavoro: in questi ultimi anni sempre più associato all’idea di “problema”. Colpa del precariato e delle poche opportunità offerte alle nuove generazioni…
Le famiglie attraversano un periodo di grande disagio dovuto soprattutto alla preoccupante ripresa della disoccupazione. Non credo di sbagliarmi quando affermo che per molti, a partire da me, il lavoro rappresenta un valore importantissimo, un’opportunità di realizzazione personale, non solo un mezzo da cui ricavare un ritorno esclusivamente economico.
La flessibilità, inevitabile nella nostra modernità, non va considerata come una disgrazia. Le ragazze e i ragazzi che oggi entrano nel mercato del lavoro non sognano necessariamente il posto fisso, anzi probabilmente si spaventerebbero al pensiero di dover costruire la loro vita professionale all’interno della stessa azienda per trenta o quarant’anni.
Quello che i giovani temono è la disoccupazione e il precariato privo di regole; quello che percepiscono è l’iniquità di un mercato del lavoro che mette gomito a gomito lavoratori protetti e lavoratori che invece vivono in uno stato di totale instabilità, talvolta addirittura privi anche di diritti elementari quali la malattia, la maternità, le ferie.
Pur accettando le esigenze contemporanee dobbiamo estendere il livello di garanzie, per dare a tutti una maggiore tranquillità e serenità, che consenta di realizzare il proprio talento al massimo delle proprie potenzialità…
Pensiamo che la strada da seguire sia: un contratto di lavoro unico a tempo indeterminato, un salario minimo garantito come avviene in tutti i principali paesi europei e un reddito minimo di solidarietà.
La formazione continua deve diventare un vero e proprio diritto cosicché si esca da ogni esperienza lavorativa arricchiti, per capacità e maturità, facendo leva su una responsabilità individuale a diventare nel tempo risorsa più pregiata e ricercata sul mercato del lavoro…
Serve però un po’ d’ordine e di collaborazione e NON SFUGGE che anche dentro il sindacato sia in corso una discussione costruttiva per arrivare a una nuova elaborazione su questi temi.
Assieme al sindacato dobbiamo condurre anche un’altra importantissima battaglia: quella della sicurezza sul lavoro.
È un problema tragico, che dobbiamo eradicare rendendo più efficaci i controlli, inasprendo le sanzioni e facendo in modo che siano applicate con certezza, prevedendo incentivi per le aziende virtuose e promuovendo una vera cultura della sicurezza.
Non è solo una questione di incidenti, DI LAVORO muoiono ogni anno migliaia di persone: oltre tre mila a causa dell’amianto… persone colpite da quelle che vengono definite malattie professionali, persone bisognose di tutela, che spesso però vengono dimenticate.
A volte ripenso a quando, negli anni ’80, sono partito per gli Stati Uniti, lasciando dietro di me la tranquilla prospettiva di un posto fisso all’università.
Ho fatto un salto nel vuoto passando dalle certezze assolute, all’assoluta precarietà: contratto di un anno, permesso di soggiorno temporaneo, casa provvisoria… certo, avevo il sogno di imparare a fare i trapianti e questo riempiva di felicità le mie giornate…
Alla fine del primo anno in America, quando venni chiamato dal mio professore per un colloquio di valutazione, mi resi conto che, grazie alla cultura del merito, la mia condizione di precario era una carta da giocare nelle mie mani. Forte dei risultati ottenuti con il mio lavoro, potevo negoziare condizioni molto migliori di quelle che avrei ottenuto con un posto fisso. Ho sempre rifiutato posizioni stabili perché ero consapevole che la libertà e anche l’opportunità di migliorare posizione, fondi per la ricerca e stipendio, dipendevano da me e dai risultati della mia squadra.
E’ un modo molto americano di ragionare, e c’è anche un drammatico rovescio della medaglia perché negli Stati Uniti se ti capita di ammalarti o se perdi il lavoro, non ci sono protezioni sufficienti e si può rischiare di cadere in fondo al pozzo in qualunque momento.
Ma proprio perché noi siamo europei, dobbiamo applicare la giusta formula che sappia tenere insieme le esigenze di un mercato del lavoro flessibile e garanzie sociali forti per la tutela degli individui.
Così come è fondamentale che il nostro Paese e la nostra economia facciano leva su tutto il potenziale di talento che l’Italia è in grado di offrire, a partire dalle donne.
Una proposta semplice la voglio fare: introduciamo il concetto che il congedo parentale facoltativo venga diviso equamente tra il padre e la madre, rivedendo naturalmente il relativo trattamento economico.
Spesso le donne che lavorano hanno maggiori difficoltà perché il datore di lavoro non vuole correre il rischio delle assenze legate alla maternità… e allora, cambiamo le regole! Introduciamo questo nuovo principio, riconoscendo il congedo in parti uguali ad entrambi i genitori, in modo che nel momento in cui nasce il bambino, siano sia la mamma che il papà a doversene occupare. Sarà un passo avanti, piccolo ma significativo, per parificare l’attività professionale di uomini e donne ma anche culturale. Un passo che riduca la discriminazione delle donne al momento dell’assunzione.Ma pensiamo anche ad un congedo parentale per i nonni: è su di loro che spesso ricade il peso di un sistema di welfare deficitario per quel che riguarda i servizi alle famiglie, e che non si è ancora adattato al nuovo ciclo di vita delle persone.
Quanto alla revisione dell’età pensionabile per le donne che ci è imposto dall’Unione Europea, dev’essere chiaro che i risparmi che deriveranno dall’innalzamento dovranno essere destinati ad interventi per sostenere il percorso delle donne: sgravi fiscali per le aziende che si dotano di asili nido, che consentono alle dipendenti flessibilità con schemi di telelavoro, part-time, ingressi flessibili e job sharing.
Un altro dei temi che consideriamo prioritari riguarda la sicurezza intesa come sicurezza solidale, garanzia della legalità e certezza delle regole ma anche dei diritti.
Il “pacchetto sicurezza” del Governo Berlusconi ci prospetta una logica per cui l’unico modo di rendersi più sicuri sarebbe quello di anteporre i propri diritti e le proprie libertà a quelli di chi è diverso e viene da lontano.
Se si nega il diritto alla salute allo straniero, lo si nega anche al cittadino italiano che viene esposto a eventuali malattie infettive di cui quello straniero può essere portatore.
Quando si nega o si scoraggia il diritto all’istruzione obbligatoria, in nome dell’irregolarità dei genitori, si costringe un bambino all’ignoranza, impedendo così all’istruzione di essere un naturale presupposto per l’integrazione.
Quando si cancella dall’anagrafe lo straniero privo di un contratto di affitto si compromette il controllo della sua presenza sul territorio.
E ancora, quando si prevede l’espulsione di un lavoratore straniero, in ragione dell’irregolarità del rapporto di lavoro o di un licenziamento anche illegittimo, certamente lo si espone al potere di ricatto del datore di lavoro.
L’ineguaglianza e l’insicurezza dei diritti e della libertà di talune persone non può che innescare la minore tutela anche dei diritti e della libertà degli altri. Per questo, occorre promuovere, senza discriminazioni, eguaglianza e sicurezza per tutti.
Su questo, la posizione e l’azione del Partito Democratico debbono essere fermissime.
La sicurezza non si garantisce con le ronde ma, al contrario, rafforzando la presenza sul territorio dello Stato e delle sue figure istituzionali: le forze dell’ordine in primo luogo, supportate da una stretta collaborazione con gli enti locali.
E’ evidente poi che se a un sistema di sicurezza efficiente non abbiniamo una giustizia che funzioni, il tutto risulta vanificato. Giustizia e sicurezza sono due facce della stessa medaglia: non c’è giustizia se i cittadini sono e si sentono insicuri ma non si può parlare di sicurezza se la macchina della giustizia non è in grado di garantire rapidità ed efficacia nelle decisioni.
Ritornando al discorso sulla democrazia, di recente si è finalmente ricominciato a parlare di conflitto di interessi, degli errori compiuti molti anni fa, delle conseguenze che ancora oggi costituiscono “l’anomalia italiana”. È ora che la politica torni ad occuparsi di questo problema, la cui complessità si riflette sull’economia, sulla politica, sullo stesso concetto di democrazia e di partecipazione. Democrazia non significa solo poter esprimere il proprio consenso, ma anche poterlo formare attraverso un’informazione libera e plurale. Sul versante televisivo in Italia questo principio non è rispettato.
Anche su questo il PD deve prendere una posizione netta: smettiamo di stare al gioco solo per poter nominare un direttore o un vice-direttore della televisione pubblica! Dobbiamo occuparci di che cosa sarà l’informazione e la comunicazione tra dieci o tra quindici anni.
La televisione rappresenterà solo una minima parte di questo mondo ma se non ci preoccupiamo oggi di stabilire regole chiare, ci troveremo domani a gestire nuovi e forse più complessi conflitti di interesse.
Il sogno ambizioso, una grande sfida democratica, è quello di arrivare a garantire ovunque l’accesso alla rete attraverso la banda larga, gratuita. Ma questo sarà possibile solo se fissiamo obiettivi concreti sugli investimenti per le infrastrutture e se stabiliamo le regole per i gestori.
E’ una politica miope quella che si occupa delle leggi sulla comunicazione ignorando che nel futuro i nuovi mezzi che oggi rappresentano lo strumento di massima democrazia, potrebbero finire per essere controllati da pochi colossi industriali e limitati da normative che tendano ad introdurre limiti all’informazione in rete.
Un esempio lo abbiamo già davanti agli occhi con il decreto Alfano sulle intercettazioni in cui si vuole limitare la libertà dei “citizen journalists”, inserendo regole che per equiparare i blog alla stampa ufficiale, rendono di fatto assai più difficile continuare a esprimersi liberamente in rete.
Ci sono anche altri diritti. Non sono questioni marginali che riguardano pochi, ma hanno a che vedere con la vita di ciascuno di noi e delle persone che amiamo.
Dobbiamo arrivare a posizioni chiare, il più condivise possibile, ma come si legge nel Vangelo di Matteo: “il sì è sì, il no è no, tutto il resto è del maligno”.
La vicenda del testamento biologico è stata esemplare: la posta in gioco non era solo consegnare una legge laica al paese, attraverso la quale ognuno potesse fare una scelta in base alle proprie convinzioni o alla propria fede.
Significava affermare il principio secondo cui uno Stato laico deve sempre proteggere i diritti civili con norme rispettose degli orientamenti e della libertà di ciascuno.
Non “diritti speciali”, ma diritti uguali per tutti, siano essi gli ammalati, le donne, i bambini, le coppie di fatto, gli omosessuali, o chiunque altro, tutti!
Per questo il testamento biologico è stato la cartina di tornasole che ha dimostrato come la maggioranza della nomenclatura ha preferito una falsa unità, di facciata, la medesima cui stiamo assistendo nelle altre due mozioni del PD, piuttosto che dare una risposta chiara a uno dei mille interrogativi che la modernità ci pone.
Dall’Europa sono anni che arrivano a tutti gli stati membri richieste di adeguamento ai parametri europei sui temi legati alle unioni civili. In Italia siamo rimasti tra gli ultimi. Una ragione c’è: nel nostro paese la cultura dei diritti è arretrata, soprattutto a causa della politica che è incapace di affermare “laicamente” il principio della piena uguaglianza dei cittadini, come recita l’articolo 3 della Costituzione. E, quindi, procediamo con l’approvazione di una legge sulle Unioni Civili, sulla falsariga di quella approvata nel Regno Unito, che dia a chi si ama quelle protezioni che la legge garantisce ad altri.
Non posso immaginare che tra due persone che hanno condiviso tutto nella vita possa accadere che se uno si ammala, l’altro rimanga fuori dalla porta della rianimazione perché non sono legate dal matrimonio. Si reprima l’omofobia alla pari di ogni altra forma di razzismo.
Si approvi una legge che consenta a individui singoli di essere valutati, con il rigore che la legge già oggi richiede alle coppie al fine dell’adozione. Lo si faccia avendo in mente soltanto l’interesse esclusivo del minore e nient’altro.
Questi sono i miei pensieri e le mie personali convinzioni che esprimo con umiltà e senso del dubbio.
Non sono ignaro delle difficoltà ma una cosa posso prometterla: non mancherà mai il mio impegno nell’ascoltare tutti e nel cercare di garantire a tutti la propria felicità, conoscendo come unico limite la libertà e il rispetto degli altri.
Se qualcuno mi chiedesse qual è il nucleo del messaggio che vogliamo mandare all’Italia, direi così: c’è tanta stanchezza, ma anche le energie per risollevarsi.
Noi vogliamo risollevare l’Italia.
Questo è possibile, uso una parola forte, se sapremo realizzare una vera “rivoluzione” democratica.
Se saremo orgogliosi ognuno della storia dalla quale viene ma se, elaborata quella storia, avremo tutti assieme il coraggio di fondarne una nuova. Un nuovo pensiero.
Il pensiero nuovo di cui c’è bisogno verrà dal pluralismo dei circoli del PD, non dalle correnti. Le correnti non producono partecipazione, passione; semmai comando, gerarchie, passiva ubbidienza. Non distribuiscono speranze, sogni, sfide, ma potere e sottopotere.
Tutti i candidati segretari oggi si dichiarano sensibili al tema. Ma io chiedo: sono disponibili a sciogliere le varie correnti e sottocorrenti che li sostengono?
Si può passare dalle belle parole, pure apprezzabili, ad ancora più apprezzabili fatti concreti?
D’altra parte, solo un partito coraggioso può riprendere per mano l’Italia. Unirla.
Ecco, questa è la missione per l’Italia.
Questo significa “respiro maggioritario”: parlare a tutto il Paese, indicare una via, convincere le persone. Credere di poter cambiare i rapporti di forza anche dal basso. Perché gli orientamenti elettorali non sono chiusi dentro recinzioni inviolabili.
Tutto ciò non ci fa sottovalutare le alleanze. Nessuno è così ingenuo da pensare che il Partito Democratico possa governare da solo. Le alleanze sono indispensabili.
Il nostro compito è individuare una base solida di principi e di progetti su cui costruirle.
Non tornerà la voglia di politica in Italia se non tornerà innanzitutto, prepotentemente, nel PD. Ma la voglia torna se il potere di decisione si condivide. Se il PD avrà un segretario eletto con milioni di voti, in grado di esercitare il suo governo per il mandato che gli è concesso, ma se avrà anche tanti, tanti e tanti cittadini che potranno discutere, decidere e votare su questioni fondamentali di scelte e di indirizzo politico e programmatico.
Il nostro programma INIZIA qui, oggi, e continuerà nei prossimi mesi. Io, assieme a tutti coloro che condividono questo progetto, riprenderò il viaggio di cui vi parlavo all’inizio, ascoltando tutte le proposte e tutte le critiche.
Perché CREDO nello slancio riformista di una grande forza politica,CREDO che per ritrovare energia dobbiamo VIVERE il PD, CREDO che INSIEME possiamo CAMBIARE L’ITALIA!!!"
martedì 14 luglio 2009
" ...dove eravamo rimasti? "
Che periodaccio!!! ...non riusciamo ad uscire da quell'arietta malsana del dopo sconfitta elettorale.
La nostra squadra di governo, Città Possibile, ha perso. Io ero sicurissimo di vincere, nessuno avrebbe potuto convincermi del contrario; abbiam perso per trenta voti! Tant'è!
Un clima da gita scolastica fuori e dentro i seggi, con tanto di "scolaretti" a combinare marachelle... un sentore di brogli o, quantomeno, di scorrettezze ad hoc l'han ravvisato in tanti. Ricorso effettuato e restiamo in attesa... !?
Nel contempo la vita politica nazionale, per come continuo a vederla io, muove passi da gigante: apertura del PD a Sinistra e Libertà (???), l'amorevole scambio tra la Melandri e Vendola, il manifesto di I.R.Marino, la ripida discesa agli inferi di donSilvio con l'aiuto del gentil sesso e della buona musica (...oltre alla malavita che ci mette il suo !), il G8 a L'Aquila, l'anti democratico ritorno al nucleare, la questione morale e Grillo candidato segretario del PD!!! ...e cosa vuoi di più? (..."amaro" a parte!!!)